Sport e salute — 15 settembre 2016

Il 13 settembre 2016, a distanza di 4 anni, si è pronunciata la sentenza del processo di primo grado. Il giudice Laura D’Arcangelo del Tribunale di Pescara ha condannato a un anno di reclusione il medico del 118 di Pescara, Vito Molfese, e a otto mesi il medico sociale del Livorno di allora, Manlio Porcellini, e il medico del Pescara del 2012 Ernesto Sabatini (per tutti la pena è sospesa). I tre imputati sono stati anche condannati, insieme alla Asl di Pescara e alla società Pescara, al pagamento di una provvisionale di 150mila euro.
Piermario Morosini, si accascio a terra al 29° minuto della partita di serie B Pescara-Livorno allo stadio “G. Cornacchia” di Pescare il 14 aprile 2012, dopo una corsa disperata verso l’ospedale morì poco dopo il ricovero.
Unico presente in aula al momento della lettura della sentenza, Manlio Porcellini. “Non potrò mai dimenticare quello che è successo – le sue parole in una dichiarazione spontanea prima del verdetto – è pietoso ricordare quanto avvenuto quando Morosini si sentì male. Mi trovavo dietro la porta del Pescara e subito mi accorsi che era qualcosa di grave per via del movimento innaturale compiuto dal giocatore. Mi precipitai in campo senza attendere il fischio dell’arbitro e intervenni sul ragazzo che era rivolto a pancia in giù, iniziando un massaggio cardiaco. Arrivarono il medico del Pescara ed altre persone. Si sentivano tante voci, qualcuno mise una cannula nella bocca di Morosini e pensai fossero arrivati gli addetti al soccorso”.
Secondo quando stabilì l’autopsia il decesso, avvenne per un arresto cardiaco dovuto ad una cardiomiopatia aritmogena. Secondo i giudici, invece, determinante fu il mancato uso dei defibrillatori nonostante ne fossero disponibili sul campo due mentre un terzo in ambulanza.
Il fulcro dell’accusa sono state le carenze nelle procedure di soccorso, in particolare rispetto al mancato uso del defibrillatore, nonostante ce ne fossero due sul terreno di gioco dell’Adriatico di Pescara, e un terzo a bordo di un’ambulanza.
“Fa una certa rabbia vedere le immagini con il defibrillatore in campo vicino a Morosini e nessuno che lo utilizza». Così Edoardo Cesari, avvocato di parte civile in sostituzione di Giovanni Vezzoli e in rappresentanza di Maria Carla Morosini, si è espresso nel corso del processo sulla morte del calciatore del Livorno. «Per Molfese (medico del 118, ndr.) sono emersi obblighi di responsabilità civile legati al mancato uso del defibrillatore e ai tempi di intervento – ha proseguito il legale – ma lo stesso grado di responsabilità va estesa agli altri due imputati Porcellini e Sabatini”.

Nel processo sulla morte di Piermario Morosini, il pm di Pescara Gennaro Varrone ha chiesto la condanna  dei medici presenti in campo in quel drammatico 14 aprile 2012. “Aveva il dovere di intervenire, ha consentito allo spostamento sconsiderato di Morosini sulla barella e non ha proceduto all’utilizzo del defibrillatore. Non avremo mai la certezza che seguendo correttamente il protocollo si sarebbe salvata la vita di Morosini, ma è inaccettabile che quando esiste una chance chi ha il dovere di agire non agisca”. Il giudice del tribunale di Pescara Laura D’Arcangelo non ha avuto alcun dubbio e ha condannato in primo grado i tre medici imputati. “Il dottor Molfese è in colpa grave e inescusabile, il suo comportamento è fuori da ogni protocollo medico e vi è un’abdicazione dall’esercizio del ruolo e della competenza”.

Il parere di Caffesport.it
La premessa è che alcune professionalità hanno protocolli e linee guida alle quali attenersi, tali protocolli hanno valore legale, coloro che non seguono tali schemi sono perseguibili penalmente e/o civilmente.
Un medico, abilitato all’utilizzo del defibrillatore (BLSD) ed alle manovre di rianimazione (RCP), è pertanto formato sui relativi protocolli, addestrato a riconoscerei sintomi e le procedure di impiego. Non aver utilizzato il defibrillatore, che si trovava vicino al giocatore, parla da solo.
Il paradosso. È come se un pompiere di fronte ad un incendio con una persona a rischio non si senta di utilizzare l’idrante, oppure pensa che arrivi un soccorritore più preparato di lui per utilizzarlo, oppure pensa che l’incendio non sia così importante da utilizzare l’idrante, oppure ancora pensa quello che vuole, fatto sta che non utilizza l’idrante, che invece è tenuto ad impiegare secondo protocolli e linee guida definiti nella sua formazione ed abilitazione.
L’omicidio colposo “è il reato consistente nella soppressione di una vita umana ad opera di una persona in conseguenza di un fatto a lei imputabile, ma compiuto senza intenzionalità. L’assenza dell’intenzionalità lo distingue dall’omicidio doloso o volontario.” Nessuno dei presenti ha voluto la morte di Morosini, ma qualche cosa non ha funzionato, c’è stata una colpa non volontaria, che probabilmente ha portato alla morte del giocatore. Infatti non si parla che l’azione del defibrillatore avrebbe salvato automaticamente Morosini, anche se le statistiche dicono che sarebbe stato molto probabile, ma è sufficiente non aver rispettato il corretto protocollo che si sarebbe dovuto seguire.
L’impiego di un defibrillatore entro i primi 5 minuti dall’arresto cardiaco, ha infatti il 70% di probabilità di ripristino delle normali funzioni del cuore con il pronto intervento di un defibrillatore.
Il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha, infatti, firmato nel 2013 uno specifico decreto in materia di salute e sport (Decreto Balduzzi), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 20 luglio 2013, inerente, nel dettaglio, alla dotazione e all’utilizzo di defibrillatori semiautomatici e di altri dispositivi salvavita e alla disciplina delle certificazioni sportive non agonistiche e amatoriali.
Il Decreto Balduzzi sancisce che le società sportive, dilettantistiche e professionistiche, hanno l’obbligo di dotarsi di defibrillatori entro tempi stabiliti: le società professionistiche entro 6 mesi dall’entrata in vigore, mentre per le società sportive dilettantistiche le numerose proroghe hanno portato la data di entrata in vigore al 30 novembre 2016. Il motivo è che “non sono ancora state completate, su tutto il territorio nazionale, le attività di formazione degli operatori del settore sportivo dilettantistico circa il corretto utilizzo dei defibrillatori semiautomatici”.

Le morti per arresto cardiaco nello sport sono state molteplici. Spesso ci limitiamo a schierarci da una parte o dall’altra, l’invito è andare oltre e prendere parte attiva facendo in modo che tali situazioni non si ripetano più.
Purtroppo ad oggi, molte società sportive dilettantistiche non si sono ancora dotate di defibrillatore. Fino al 30 novembre 2016 nel rispetto della legge, quindi nelle loro strutture da oggi al 30 novembre 2016 per legge si può morire per arresto cardiaco.
Purtroppo ad oggi, molte società sportive che hanno acquistato il defibrillatore lo hanno fatto con superficialità, posizionando il defibrillatore in luoghi non visibili o difficilmente raggiungibili, non segnalandolo correttamente , non garantendone il funzionamento a distanza di anni (per posizionamento, controllo e manutenzione), etc..

Quando entrate in una struttura sportiva fate caso alla presenza del defibrillatore, alla sua segnalazione e posizionamento, alla presenza di una luce rossa lampeggiante che ne indica lo stato di carica. Se non lo trovate chiedete informazioni ai responsabili, se qualche cosa non torna segnalatelo alle autorità.
Prevenzione è la parola d’ordine. I defibrillatori devono essere correttamente ubicati in tutte le società sportive, che devono garantire personale formato al pronto impiego, una segnaletica adeguata per una immediata individuazione, un posizionamento e protezione che ne garantiscano il corretto funzionamento in caso di bisogno. In caso di arresto cardiaco il defibrillatore DEVE essere prontamente impiegato avviando le manovre RCP e BLSD entro i primi 5 minuti.

 

Alcuni Link utili relativi a associazioni e società che promuovono la cultura della cardioprotezione e diffusione dei defibrillatori:

 

 

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